COLLINE D'AUTORE
UN VIAGGIO NELLE PAROLE
La Comunità Montana Langa delle Valli ha voluto realizzare
una guida turistica che illustra in modo sintetico ma approfondito
i luoghi letterari narrati dai grandi scrittori di questa terra, Beppe
Fenoglio, Augusto Monti e Cesare Pavese. Sono luoghi che questa Comunità
ha l'onore di poter vantare nei propri confini e che sono stati oggetto
di numerosi interventi di recupero, sulla base di un progetto denominato
"Colline d'autore". Riportiamo di seguito alcune pagine
dedicate ai tre scrittori, con una loro sintetica biografia.
(testi di G. Gallareto, P. Giovannini ed E. Rivella con contributi
di S. Bevione e F. Vaccaneo)
Nelle parole di Augusto Monti
Augusto Monti. Nato a Monastero Bormida il 29 agosto 1881,
nel vecchio mulino ancora oggi visitabile lungo il canale che si diparte
dalla Bormida, dove il padre svolgeva il mestiere di mugnaio, Monti
a soli tre anni si trasferì a Torino e nel capoluogo piemontese
svolse gli studi liceali e conseguì la laurea. Professore nei
Licei in Sardegna, in Calabria, a Sondrio, ottenne infine la cattedra
al prestigioso liceo classico"M. D'Azeglio" di Torino, dove
si distinse per gli alti ideali di libertà professati, in opposizione
alla tirannia del regime fascista; fu amico di Piero Gobetti e di
Gaetano Salvemini e seguì i fermenti letterari della "Voce"
e de "L'Unità"; fu uno dei capi del Partito d'Azione
e prese parte alla Resistenza, subendo anni di carcere duro,di cui
le "Lettere a Luisotta", dedicate alla figlia, sono una
testimonianza di eccezionale valore culturale e morale.Sempre attento
ai problemi della scuola, pubblicò due importanti saggi, "Scuola
classica e vita moderna"(1923) e "I miei conti con la scuola"
(1965), opera narrativa scorrevole ed accattivante, in cui Monti,
ormai ottantenne, rievoca i trenta e più anni trascorsi nelle
aule di mezza Italia. Ma il suo lavoro principale è la trilogia
piemontese "I Sansossì", vera e propria saga familiare,
che abbraccia più di un secolo di storia, da Napoleone alla
Guerra Mondiale, letta attraverso le vicende del padre dello scrittore
- appunto il Sansossì, lo spensierato - e di Monti stesso,
che, invece è persona seria, ponderata,razionale, nimata da
un autentico culto del dovere: ha notato Elio Gioanola che in questa
ottica il suo rapporto con il figlio Carlin è un rapporto pinocchiesco
al contrario. A differenza di quanto accade nella favola di Collodi
- dove alla figura anziana, paterna, razionale, morale e integra di
Mastro Geppetto fa da contraltare un Pinocchio credulone e scavezzacollo,
un pò birbante un pò bambino - nei "Sansossì"
l bambino è Papà e l figlio Carlin - che è Monti
stesso - tocca la parte di Geppetto, se non quella del Grillo Parlante,
che è la parte più congeniale a Monti, più didattica,
più da professore, la parte che, nella vita, egli ebbe sempre
nei confronti di Pavese, di cui Monti ammirva le capacità ma
sulle cui opere aveva sempre espresso forti dubbi di carattere etico.
Monti morì a Roma nel 1966, dopo aver scritto e pubblicato
altre opere importanti, come "Ragazza 1924", "Vietato
pentirsi", "Val d'Armirolo ultimo amore" e lasciando
incompleta la biografia di Giustino Fortunato, cui attendeva.
Augusto Monti incarna forse più di ogni altro scrittore l'animo
aspro e rigoroso delle Langhe; la sua etica senza compromessi e la
sua fedeltà alle proprie idee anche a costo di grandi sacrifici
hanno fatto del "Professore" un modello ed un esempio per
intere generazioni di giovani antifascisti e letterati - Cesare Pavese
su tutti - che a lui si sono riferiti e che con lui hanno avuto modo
di vivere e condividere i passaggi più tragici ed esaltanti
della storia d'Italia del XX secolo. Interi capitoli de "I Sansossì"
sono ambientati in Langa e principalmente lungo l'asse della Valle
Bormida che si snoda da Cortemilia a Monesiglio toccando Gorzegno
e le borgate di Prunetto:un vero e proprio percorso all'interno della
Comunità Montana, dedicato ai personaggi ed alle vicende che
hanno coinvolto Bortomlin Monti, mugnaioin Monesiglio con la sua famiglia.
Dal libro emerge in modo vivacissimo tutta la variegata umanità
langhetta che ruota intorno alla storia della famiglia Monti. Un vero
e proprio romanzo epico in cui l'autore instaura con l'ambiente contadino
della Langa un contatto diretto, considerando la campagna non tanto
dal punto di vista della sua bellezza paesaggistica, ma da quello
della sua utilità: la terra va conosciuta simpateticamente;
i piccoli particolari, invisibili agli occhi dei più, costituiscono
lo scrigno d un sapere quasi iniziatico. Ecco perchè i "Sansossì"
appaiono oggi come una delle più attendibili e complete fonti
per lo studio del folclore e della vita rurale della Langa tra Ottocento
e Novecento: le tematiche sono tutte presenti, dalla medicina popolare
al dialetto, dal calendario contadino alle testimonianze sulle feste:
dai rituali dei canti di questua che impegnavano i giovani per notti
intere, alle feste della mietiura e della vendemmia, o al culto di
qualche Santo particolare. (segue)
Nelle parole di Cesare Pavese
Cesare Pavese. Nato il 9 settembre del 1908 a Santo Stefano
Belbo e presto orfano del padre, Cesare Pavese studiò a Torino
in anni di grandi cambiamenti, tra positivismo e idealismo, lotte
operaie e fascismo. Seguì la lezione dei classici e dei Realist
dell'Ottocento e dei contemporanei; allievo di Augusto Monti, frequentò
molti intellettuali torinesi (tra cui Ginzburg, Mila, Antonicelli)
e, dopo la laurea (con tesi su W. Whitman), insegno inglese in scuole
serali e private (tra le sue allieve ci fu anche Fernanda Pivano),
e scrisse saggi su Lewis, Twain, Lee Masters, Henry, Melville (sua
la traduzione di "Moby Dick"). L'anno successivo, nel 1931,
perse anche la madre e si ritirò a vivere con la sorella Maria.
Nel 1935, dopo alcuni mesi di carcere (per aver frequentato ambienti
antifascisti) fu confinato a Brancaleone Calabro. Qui lavorò
alla stesura di alcuni romanzi brevi, come "Il carcere",
e dopo circa un anno, in seguito alla richiesta di grazia, potè
tornare in Piemonte. Nel 1936 le poesie di "Lavorare stanca"
diedero origine ad un genere nuovo, in cui il verso supera la metrica
e si fa mezzo di narrazione.Gli anni successivi videro Pavese collaborare
costantemente con la casa editrice Einaudi; nel 1941 diede alle stampe
"Paesi tuoi", mentre proseguiva la sua attività di
traduzioni di scrittori mericani contemporanei e classici inglesi.
A guerra finita si iscrisse al Partito Comunista ed iniziò
a scrivere saggi ed articoli di politica per "L'Unità",
senza dimenticare la narrativa: "Feria d'agosto", "Il
compagno", "La bella estate" (Premio Strega nel 1950),
"Dialoghi con Leucò", in cui rielabora miti classici;
ultimo, nel 1950, "La luna e i falò", tra le cui
pagine spiccano i mitici luoghi della sua Langa, le indimenticabli
figure di amici e di donne ed il tormentoso rapporto tra l'uomo e
el'esistenza, componenti essenziali della poetica pavesiana. Ancora
nel '50 scrive il volume "Verrà la morte e avrà
i tuoi occhi" (uscito postumo nel 1951)che raccoglie poesie vecchie
e nuove, ispirate soprattutto dal tormentato rapporto sentimentale
con l'attrice americana Constance Dowling. Nello stesso anno la sua
disperazione esistenziale giunse al culmine: Cesare Pavese si tolse
la vita il 27 agosto nella camera 313 dell'albergo Roma di Torino;
"Perdono tutti e a tutti chiedo perdono...", lascò
scritto sul comodino. Il suo diario, "Il mestiere di vivere",
pubblicato postumo nel 1952, sintetizza le sue tematiche più
profonde: il senso della morte, del dolore, della solitudine vista
come gioia dolorosa ma anche come occasione di liberazione.
"E' il primo dei miei scolari, il primo che, uscito dalla
mia scuola, abbia voluto entrare nella mia amicizia, il primo quindi
anche cronologicamente dei miei scolari più miei, è
stato anche quello con cui ho più a lungo e più tenacemente
discusso, anzi, letteralmente litigato. Avete capito che si tratta
di Cesare Pavese" (Augusto Monti). Forse Cesare Pavese non
ricordò queste frasi del maestro quando scrisse "La luna
e i falò", regalando al suo paese natale un posto nella
grande lettertura del secolo ed ai lettori di tutto il mondo uno dei
più struggenti romanzi di tutti i tempi. Uscì nell'aprile
del '50, appena quattro mesi prima di quell'agosto in cui lo scrittore
si tolse la vita, all'albergo Roma di piazza Carlo Felice a Torino,
forse per un amore non corrisposto verso Constance Dowling (l'attrice
americana a cui è dedicato il romanzo) o più probabilmente
per un esaurimento nervoso. Fu dunque davvero il suo utimo viaggio.
Un viaggio al tmpo reale e fantastico, un ritorno più letterario
che personale, nnei luoghi che aveva frequentato da bambino, descrivendo
storie e destini che aveva vagheggiato da giovane; un viaggio segnato
dai ricordi delle colline e delle persone ma trasfigurato in una dimensione
"mitica". Ed è tra questi luoghi mentali che che
si snoda il nostro itinerario letterario. Qui sul Belbo, Pavese era
nato nel 1908: ad otto anni si trasferirà Torino: e Santo Stefano
belbo rimarrà per lui il luogo dell'infanzia. Sicuramente oggi
non si può descrivere Santo Stefano come "quattro tetti"
: è infatti un paese in forte espansione, che conserva poco
della purezza naturalistica che eccitava la fantasia di Pavese bambino.
Ma qui si ritrovano intatti, come "luoghi della memoria",
tutti gli ambienti descritti. Tutto ancora rievoca i suoi romanzi
e i suoi versi, dalle vie del centro alla stazione ferroviari, dai
nomi delle borgate alla Casa di Nuto e al Museo Pavesiano, collocato
nella suggestiva cornice della casa natale dello scrittore. (segue)
Nelle parole di Beppe Fenoglio
Beppe Fenoglio nacque ad Alba il 1° marzo 1922 e trascorse
quasi tutta la sua vita nella capitale delle Langhe: un territorio
con cui lo scrittore mantenne un profondo rapporto di appartenenza
fino alla morte, sopraggiunta per un tumore ai polmoni, il 18 febbraio
1963. Figlio di macellai e primo di tre figli, si distinse alle elementari
e su consiglio del maestro viene iscritto al Ginnasio. Al Liceo Classico
Fenoglio ebbe due insegnanti che segnarono decisamente il suo pensiero
e la sua vita: Pietro Chiodi e Leonardo Cocito, intellettuali antifascisti
e poi partigiani. La sua cultura letteraria nacque soprattutto dall'ammirazione
per la letteratura anglosassone (James, Lawrence, Conrad, Yeats, Coleridge),
che Fenoglio contrapponeva al meschino provincialismo del fascismo;
si impradronirà in breve tempo di quella lingua immediata ed
istintiva, tanto da farne ottime traduzioni (come "La ballata
del vecchio marinaio" de Coleridge) e usare indifferentemente
l'inglese o l'italiano nelle stesure dei suoi scritti. Si iscrisse
quindi alla Facoltà di Lettere di Torino, ma la chiamata alle
armi giunse ad interrompere i suoi studi universitari: dopo il corso
per allievi ufficiali venne trasferito a Roma da dove, dopo l'armistizio
dell'8 settembre, riuscì a tornare a casa. Ebbe così
inizio la lunga esperienza partigiana sulle colline delle Langhe che
segnò profondamente la vita di Fenoglio: dopo una breve e deludente
militanza tra i partigiani garibaldini, passò sotto il comando
dei badogliani di Mauri e Balbo, dove grazie all'ottima conoscenza
dell'inglese si rese indispensabile come ufficiale di collegamento.
A guerra finita trovò lavoro presso un'azienda vinicola ed
ebbe modo di dedicarsi alla stesura di romanzi e racconti. Dopo tormentatestesure
e rielaborazioni, nel 1952, Einaudi pubblica l'esordio fenogliano
de "I ventitré giorni della città di Alba"
(raccolta di racconti partigiani) e "La malora", romanzo
ispirato alle grame vite della gente di Langa. Nel 1959 Fenoglio dà
alle stampe il romanzo "Primavera di bellezza" (incentrato
sul periodo dell'armistizio) che l'anno successivo vince il Premio
Prato. Si sposa civilmente nel 1960 con Luciana Bombardi, da cui nel
1962 avrà una bmba, Margherita. Con il racconto "Ma il
mio amore è Paco" nel 1962 si aggiudica invece il Premio
"Alpi Apuane" ed è proprio in occasione della premiazione
che Fenoglio inizia a soffrire del cancro che nel volgere di un anno
lo ucciderà. Inchiodato a letto, ormai muto, scrive in un biglietto
al fratello Walter: "Funerale civile, di ultimo grado, domenica
mattina, senza soste, fiori e discorsi". Uscito postumo il racconto
"Un giorno di fuoco", il romanzo più bello "Una
questione privata" forse incompiuto, "La paga del sabato"
e soprattutto "Il partigiano Johnny", la grande epopea della
guerra partigiana, a cui Fenoglio attese tutta la vita. Alba e tutte
le Langhe lo ricordano come uomo introverso e tormentato, partigiano
di valore, accanito fumatore, appassionato di sport e scrittore di
razza, profondamente innamorato della sua terra e della libertà.
"L'uomo mortale non ha che questo di immortale: il ricordo
che pota e il ricordo che lascia" (Cesare Pavese). Poche
frasi meglio di questa di Pavese possono incarnare la filosofia di
vita e la visione letterario di Beppe Fenoglio. Il rigore nel raccontare
le proprie esperienze (quelle partigiane della guerra ma anche il
mondo contadino che stava scomparendo) e la volontà di lasciare
nel mondo una traccia di sé. Pochi scrittori sono stati più
strettamente impastati della loro terra d'origine e delle esperienze
chevi hanno vissuto. Tutto nelle Langhe ci parla di Fenoglio e Fenoglio
solo di Langhe ha parlato. Santo Stefano Belbo, il paese di Pavese,
svolge un ruolo importante anche nella geografia fenogliana. L'elemeto
più evidente è la grande piazza "di dimensioni
assolutamente senza riscontro nelle altre piazze delle Langhe, piena
di belle ragazze e di portamento e di espedienti e di agghindamento
nettamente cittadini", teatro nei giorni della guerra di
liberazione di un alternarsi di emozioni, dalla colorazione primaverile
delle frotte di partigiani sciamanti dalle colline che trasformano
Santo Stefano in "faziosa esagitata mecca" alle cupe
atmosfere invernali in cui il paese ritorna sotto l'occupazione nazifascista.
Sulla cerchie delle colline attorno al paese i sviluppa il percorso
del protagonista di "Una questione privata", che
punta a Canelli per catturare un ostaggio, episodio ripreso anche
ne "Il partigiano Johnny". (segue)
IL SENTIERO DEL PARTIGIANO JHONNY
Premessa
Per raggiungere la cascina del Pavaglione da Alba si percorre corso
Langhe in direzione di Cortemilia - Savona fino alla località
Manera di Benevello.Dalla località Manera sono presenti le
indicazioni bianco-rosse con la scritta "Cascina Pavaglione"
Al quadrivio si seguono a sinistra le indicazioni stradali per Mango
d'Alba per un chilometro (è possibile parcheggiare l'auto in
località Montemarino, dietro la chiesetta, se volete raggiungere
il Pavaglione a piedi): si imbocca a destra la strada pianeggiante
per San Bovo, minuscola frazione di Castino. Raggiunta la località
Pavaglione si imbocca la stradina che si inoltra tra le case : la
cascina del Pavaglione è il lungo edificio sulla sinistra.
L'itinerario escursionistico denominato "Il Sentiero del Partigiano
Johnny"è attualmente segnalato con tacche azzurre e indicazioni
in legno(sempre con tacche azzurre). Ripercorre idealmente i luoghi
della fuga del partigiano Johnny, descritta nell' omonimo romanzo
da Beppe Fenoglio, ambientato proprio su queste colline di Langa.
Permette di raggiungere San Donato di Mango attraversando i due rittani
di S. Elena e dell'Annunziata.
In alternativa è possibile seguire il sentiero che percorre
la cresta della collina e che unisce la cascina Langa alla frazione
di San Bovo di Castino; se si vuole raggiungere Cascina Langa, luogo
fenogliano per eccellenza, dal Pavaglione si seguono le tacche rosso-gialle
sullo sterrato che sale proprio di fronte all' ingresso; se si vuole
raggiungere San Bovo , dopo essere tornati al bivio tra le case, si
segue lo sterrato in piano che passa di fronte ad una casetta ristrutturata.
Il Sentiero del Partigiano Johnny
Superato l'ingresso del Pavaglione si percorre la stradina pianeggiante
(asfaltata per un breve tratto) che si inoltra nel bosco di radi pini.
Dopo poche decine di metri, ginti ad un bivio, si scende a destra
nella vegetazione, si costeggia una prima radura e, al suo termine,
si scende a destra nel bosco. Superata la successiva radura si scende
fino a raggiungere un incrocio nel fitto del castagneto. Seguendo
la strada verso sinistra (tacche rosse e gialle) si raggiunge il Pilone
del Chiarle; il nostro percorso prosegue invece a destra guadagnando
in breve un'ultima radura, ennesimo coltivo abbandonato. Si costeggia
la radura verso destra, su sentiero meno evidente, entrando nuovamente
nel bosco e percorrendo, in leggera salita, un lungo tratto del versante,
caratterizzato da un castagneto ceduo, fino a raggiungere la cascina
Baracchi. Pur ridotta ad un rudere, riesce a comunicare molto sulla
durezza della vita di un tempo, descritta da Beppe Fenoglio nelle
pagine del romanzo "La malora", anch'esso ambientato in
questo angolo di Langa. Si costeggiano gli edifici in pietra e, dopo
un breve tratto di sentiero dal fondo fangoso, data la presenza di
numerose sorgenti, il viottolo torna a farsi più evidente;
in breve si raggiunge, in una curva, la strada sterrata che scende
dalla frazione San Bovo. La si segue a sinistra, in discesa, tra i
vecchi recinti di un allevamento ovino. Al primo bivio si sale a destra
ed al successivo (inconfondibile per un palo della linea elettrica)
si scende invece a sinistra. Si prosegue per un tratto ricco di curve,
mantenendosi sul tracciato più evidente, fino ad uscire dalla
vegetazione nei pressi di un grande prato.Si piega a sinistra, abbandonando
al bivio la stradina percorsa fino a questo punto, verso la vicinissima
cascina Cascina: l'ampio cortile è stato attrezzato per un
momento di sosta. Lo si attraversa e si piega a destra, seguendo un
sentiero poco evidente che scende nel pioppeto. Si procede verso sinistra,
in piano, per tornare a scendere, tra la fitta vegetazione, verso
il fondo del vallone. Giunti di fronte ad una evidente rocca, con
un ultimo tratto più ripido e fangoso (che richiede un minimo
di attenzione) si raggiunge il Rio di S. Elena. Superato il modesto
guado, si risale l'opposto versante del vallone con il sentiero (in
un paio di tratti opportunamente protetti) a picco sul corso d'acqua.
In breve si raggiungono i coltivi posti sotto la case Signognia e
si guadagna una stradina asfaltata: la si segue a sinistra, per pochi
metri, fino al bivio per S. Elena (indicazione); si piega a destra
e, sempre su asfalto, si raggiungono le case della frazione. Seguendo
la sterrata pianeggiante tra i terrazzamenti vitati e con un ultimo
strappo nella vigna si raggiunge la chiesetta, posta sulla sommità
della collina, in posizione dominante sulla valle Belbo. Si lascia
la chiesetta alle proprie spalle, scendendo dal cocuzzolo e si percorre
la stradina che, costeggiando l'ampio vigneto, segue sinuosa la cresta
della collina, per salire al culmine della dorsale con un ripido strappo.
Si scende al successivo colletto e, abbandonando la cresta, a destra
su sterrata, si perde quota fino all'incrocio con una strada inghiaiata.
Si piega ancora a destra, scendendo fino alle case Braida e, sempre
su inghiaiata, si percorre in leggera discesa un lungo tratto nel
bosco. E' necessario imboccare un viottolo sterrato a sinistra, poco
evidente, che nel primo tratto pare voler tornare verso la testata
della valle. La stradina perde quota lentamente: la si abbandona per
un sentiero, a destra, che, con un paio di curve, consente di raggiungere
il fondovalle (l' ultimo tratto richiede qualche attenzione, in particolare
in caso di terreno scivoloso). Superato il Rio dell'Annunziata con
un guado poco agevole ci si ritrova su di una strada sterrata ( percorrendola
a destra si raggiunge l'abitato di Rocchetta Belbo, a circa un chilometro;
salendo a sinistra per poche decine di metrisi può ammirare
la strapiombante Rocca Croera). Si affronta il versante opposto del
vallone con una traccia di sentiero (delimitata da protezioni) che
risale il ripido pendio, immergendosi nel fitto della vegetazione,
fino a raggiungere l'antico percorso, più marcato, che sale
tra i pini, verso destra. Raggiunto un nuovo, spettacolare risalto
lo si aggira salendo verso sinistra, con alcuni gradoni che sfruttano
gli strati rocciosi e, costeggiandone il margine superiore (protezioni),
si supera un deposito di materiali per raggiungere una strada asfaltata.
La si segue a sinistra fino ad un bivio, dove si sale a destra sulla
stradina panoramica che porta alla cascina Croce. Si supera il cortile
e, imboccata una sterrata pianeggiante, la si percorre fino al primo
bivio, dove si sale a sinistra sull'ampia sterrata che segue la dorsale
della collina. Si costeggia una vigna, con un tratto molto panoramico
e si prosegue sulla sterrata che sale lievemente, mantenendosi poco
sotto la dorsale (trascurando le stradine che salgono a destra) per
percorrere un ampio anfiteatro, splendido nel periodo della fioritura
delle numerosissime ginestre.
Dopo una curva, si abbandona la strada all'imbocco del cortile di
una cascina, recentemente ristrutturata; per scendere a sinistra,
su di sentiero che, percorso un filare di una piccola vigna, giunge
ad una stradina asfaltata. La si deve seguire verso destra e, superati
un paio di panoramici tornanti, si riguadagna la cresta della collina
in località Pian, costeggiando le case tra vigneti e noccioleti.
Si continua sul filo dell'ampia dorsale, fino alle pendici del Bric
di Badin. Si abbandona l'asfalto subito dopo un bivio per affrontare
a destra, puntando alla sommità della collina, un ripido sterrato;
qui giunti è consigliabile un momento di sosta per ammirare
il panorama, sconfinato nelle giornate più limpide (e per riprendere
fiato). Per raggiungere la frazione di San Donato è necessario
seguire, verso destra, la dorsale pianeggiante, con il sentiero che,
dopo aver costeggiato un campo incolto, si addentra in un boschetto
di pini e di ginepri. Una sinuosa discesa ed un ultimo tratto pianeggiante
consentono di raggiungere la Cappella degli Alpini (m. 645, area di
sosta) con il panorama che si apre sulla Bassa Langa e sulle Alpi.
Le case di San Donato, frazione di Mango d'Alba, sono a circa 800
metri e si raggiungono scendendo sulla stradina a destra e seguendo
poi l'asfalto.